riflessioni sul Presepe

Riprendo qui un post di mia moglie su Facebook
“Perché un’atea difende il presepe e trova stupido considerare la sua rimozione come una vittoria della “laicità”.
Il post è lungo e necessariamente lacunoso, a voi trovare la pazienza di arrivare fino in fondo. Parto dalla fine, cioè dal giorno di oggi, l’Epifania o Befana.
Il personaggio della Befana affonda le sue origini nel folclore delle comunità rurali e contadine non solo italiane ma di molti popoli della terra, dalla Persia alla Normandia, dalla Russia all’Africa del nord. Essa, e di conseguenza la sua festa, nasce e si evolve dai culti atavici della Dea Madre e dai riti e miti legati all’agricoltura e alla fertilità. La sua celebrazione cade nel giorno in cui ha termine il periodo del solstizio d’inverno, in molte culture rappresentato da un arco nel cielo che una divinità (Odino, nei paesi nordici, Hera in Grecia, Eone in Egitto, Epona per i celti, eccetera) percorreva portando doni agli uomini. Nella tradizione rurale (e sincretica) italiana la Befana incarna quindi la figura pagana della Dea Madre nei giorni in cui si celebra la morte e la rinascita della natura. La dodicesima notte dopo il Natale Madre Natura, stanca per aver dato agli uomini cibo e doni della terra per dodici mesi, prende le sembianze di una vecchia per farsi bruciare come un ramo secco e far sì che dalle ceneri possa nascere una madre natura nuova, giovane e piena di forze per donare la vita alla terra per altri dodici mesi. Prima di partire però la vecchia passa a distribuire a tutti i semi che sarebbero nati l’anno successivo.
Con l’avvento del Cristianesimo, però, nell’intento di estirpare dalla popolazione il culto della dea madre, la figura benigna della divinità della fertilità viene trasformata in quella di una vecchia strega malvagia e demoniaca che sorvola la terra a cavallo di una scopa nella notte del 5 gennaio: la figura che conosciamo oggi, perciò, non è quella pagana originaria bensì un’icona creata dalla sinergia tra la Chiesa, che condannava i rituali di fertilità pagani come demoniaci, e la credulità popolare. Paradossalmente, le donne che si vantano di identificarsi oggi nella “strega-befana” ritenendo che questo sia un modo per rivendicare la propria “dissidenza” nei confronti della religione cattolica, inconsapevolmente usano proprio una figura da quest’ultima creata e che nella tradizione ha un significato molto diverso.
Il Cristianesimo, d’altra parte, così come aveva sovrapposto la data del Natale a precedenti rituali pagani (il solstizio d’inverno è stato da sempre rappresentato nelle varie culture dalla nascita di un dio solare, ad esempio Mitra, o Horus – quest’ultimo tra l’altro nato dalla dea madre vergine Iside), anche al rituale di fertilità in questione sovrappone, 12 giorni dopo la data del Natale, un avvenimento: l’Epifania, letteralmente la “presentazione”, l’ “esposizione” del bambino-dio-re al mondo, avvenimento che si esprime simbolicamente con l’adorazione dei Re Magi.
Le citazioni evangeliche dei Magi non sono né numerose né concordi. Qualche elemento in più deriva dai vangeli apocrifi. Da Matteo non conosciamo il numero dei magi, ma solo riferimenti al numero dei doni. Il numero 3 ha una forte valenza simbolica, per alcuni indicherebbe le tre razze umane, rispettivamente discendenti dai tre figli di Noè: Sem, Cam e Iafef. Probabilmente, però, il 3 ha un altro significato, infatti nell’antico Egitto, “omphalos della Divin Sapientia”, il tre, pronunciato Khem, era legato ai moti lunari e in particolare rappresenterebbe “la manifestazione nel concreto dell’Uno trascendente”, il dio che da trascendente diventa appunto immanente e questo ben si lega alle vicende del Cristo, il Dio che si è fatto uomo. Secondo numerose leggende i tre magi giunsero a Betlemme 13 giorni dopo la nascita del Cristo. Il 13 è un numero sacro alla divinità lunare, poi fortemente demonizzato proprio per dimenticare la sacralità dello stesso: 13 erano così gli apostoli, diventati poi 12 a causa del tradimento di Giuda e 13 erano i cavalieri di Re Artù prima del tradimento di Mordred. In questa visione legata al culto lunare della Dea e poi successivamente al culto terrestre ben si inserisce la grotta di Gesù, luogo fortemente legato a culti autoctoni e ctonii.
La grotta è il simbolo del ventre materno, santuario della grande madre e luogo di comunione tra uomo e dio. Del resto tutte le più importanti divinità nascono nella grotta, porta dei due mondi, troviamo così: Minosse, Dioniso, Mitra.
L’iconografia dei Magi li rappresenta su tre rispettivi cavalli dal colore bianco, rosso o baio, e nero.
Tale cromatismo simboleggia l’iter quotidiano del sole: bianco per l’aurora, rosso o baio per il mezzogiorno, e nero per la sera e la notte. I Re Magi, dunque, rappresentano il viaggio notturno dell’astro, che termina lí dove si congiunge con la nascita del nuovo sole bambino, e in senso solare va interpretata la tradizione cristiana secondo la quale essi si mossero da oriente, che è il punto di partenza del sole.
La simbologia solare dei Re Magi era chiaramente espressa in passato, quando al loro corteo si aggiungeva una figura femminile detta “la regina màgia (o maga)”, evidente rappresentazione della luna che segue il viaggio notturno dei tre sovrani, la cui figura chiude il cerchio della relazione tra “epifania-re magi e befana-dea madre-diana-iside-luna”. Nei presepi italiani settecenteschi essa veniva raffigurata in portantina sorretta da quattro schiavi (i 4 angoli della terra), e, secondo la tradizione, rappresentava la fidanzata fedele del Re moro (altra simbologia della notte). La regina màgia era rappresentata di pelle scura, a sottolineare il legame con la figura di Iside (questa rappresentazione della dea madre è d’altra parte sopravvissuta nei secoli se pur trasfigurata nella figura della vergine Maria – anche Iside partorì da vergine – nelle figure delle “madonne nere” diffuse in varie parti d’Europa).
L’origine del presepe va fatta risalire al periodo paleocristiano, dove rappresentava un mezzo per rendere accessibile e comprensibile la storia di Natale a tutti coloro che non sapevano leggere. Le immagini religiose a partire dal decimo secolo assunsero un carattere sempre più popolare, estendendosi poi in tutta l’Europa.
Si considerano precursori del presepio anche gli altari gotici intagliati con immagini della natività, che non fu possibile rimuovere. Uno di questi altari con il gruppo dei tre Re Magi si trova in Austria nella chiesa di S. Wolfgang nella regione di Salzkammergut. Questo altare venne realizzato dall’artista brunicense Michael Pacher.
La fine del 18° secolo fu contrassegnata dall’ Illuminismo e dalla Secolarizzazione. In alcuni luoghi vennero vietati i presepi: soprattutto in Baviera si dovettero eliminare tutti i presepi dalle chiese, e furono portati nelle case contadine per evitarne la distruzione. La conseguenza fu che nei contadini crebbe l’interesse per l’arte raffinata dei presepi, così che essi stessi cominciarono ad intagliare le figure per i presepi casalinghi.
Ciò che si tentò di eliminare per legge, rimase radicato nella profonda tradizione rurale e contadina là dove era nato, e furono proprio semplici contadini, non uomini di Chiesa, a mantenerne culto e significato.
Da questo lungo, ma tutt’altro che esaustivo riassunto (che chiunque ne abbia voglia può approfondire ed integrare per proprio conto), appare che il presepe è molto ma molto di più che non una semplice rappresentazione cristiana della nascita di Gesù, ma anzi è una sintesi sincretica di tutta la simbologia messianica e misterica precristiana che data alla notte dei tempi ed è comune alle tradizione di popoli orientali, mediterranei e nordici in ugual misura.
Per questo, da atea, difendo la tradizione del presepe: perché leggo in esso qualcosa che va oltre alla semplice rappresentazione cristiana, ci leggo la celebrazione della vita, della dea madre e del sole, del ciclo delle stagioni, del percorso del tempo e dell’umanità, in una valutazione che di cristiano (da parte mia) non ha nulla, ma che è valido a prescindere per ogni individuo che esista, per il solo fatto che esiste.
La posizione laicista che vorrebbe eliminare il presepe in quanto simbolo di una religione forse non legge tutto questo, perché al di là del simbolo cristiano il presepe è prima di tutto un simbolo umano, intriso di una religiosità che prima di essere cristiana è ancestrale e connaturata all’uomo e ad una cultura che (diversamente da altre) celebra la Vita e la sua continuità nel Tempo. Perdere la chiave di lettura del presepe, liquidandolo come sottoprodotto di una religione (quella cattolica) che lo utilizzerebbe come strumento di persuasione occulta, equivale a gettare nell’oblio non tanto l’iconografia cattolica, ma bensì tutti i millenni di storia da cui proveniamo, e, che ci piaccia o no, fanno parte di noi, nel bene e nel male.”

Jeanne

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